LA MISSIONE DELL’ UNIVERSITÀ

E L’ATENEO BARESE

 

Riflessioni e proposte

per il triennio 2006-2009 

 

 

Giovanni Dotoli

 

 

 

1.      Cos’è l’Università

2.      Tempi di riforma 

3.      Università-azienda?

4.      L’Università futura 

5.      L’Università tra Europa e globalizzazione

6.      Una nuova internazionalizzazione 

7.      Quale formazione?

8.      Un sistema di autonomie

 

9.      Università e innovazione

 

10. La ricerca

 

11.   Università e impresa

12.   Qualità e valutazione

13.   L’Università senza condizioni   

14.  Azioni essenziali necessarie per il rilancio dell’Università di Bari

 

 

1.  Cos’è l’Università

 

 

E’ giunto il tempo di guardare l’Università con un alto senso di responsabilità, in un clima di fiducia e di reciproco rispetto, di fronte ai mille problemi della società odierna.

Senza una strategia di ordine generale, l’Università non può affrontare i fenomeni complessi del nostro tempo e del tempo che verrà.

Io difendo l’Università, e con i denti, poiché essa è il baluardo della storia, della crescita del “capitale umano”, della creatività, della qualificazione, della risposta più giusta alla complessità dei fenomeni.

Cos’è l’Università? Come potremmo ancora definirla, di fronte alla storia che avanza? Forse l’Università è sempre la stessa. Essa resiste perché ha un compito universale, trasmette la tradizione e guarda costantemente al futuro, conosce i segreti del passato, che custodisce gelosamente, e scopre il nuovo, l’ignoto.

La definizione di Humboldt è sempre valida: “La connotazione delle istituzioni scientifiche superiori – le Università – è quella di considerare sempre la scienza come questione non interamente risolta e, conseguentemente, di non cessare mai di cercarla”.

L’Università è allora sempre tra due poli: tradizione e innovazione, realizzando  così l’unità della scienza.

L’Università è radicata nella storia e crea l’eccellenza del futuro. E’ un valore universale, non limitabile a nessun hic et nunc di tempo e di spazio. Per questo può trasmettere alle giovani generazioni il sapere acquisito e i valori del nuovo, in una sfida continua che è fondamento stesso della scienza.

E’ la ragione per la quale l’Università si rivela come la sola istituzione che contestualmente conserva la memoria e stimola continuamente la curiosità.

Come oggi potrebbe non essere il luogo della progettualità, della tecnologia e della creatività? E quindi della riforma, se si caratterizza essenzialmente per essere mobile, flessibile, innovatrice e creativa? Non è l’Università simbolo del progresso che avanza? Non educa essa alla libertà e all’uso della ragione critica?

 

Vorrei che in ogni suo momento e in ogni sua azione l’Università di Bari si ispirasse a questi principi basilari.

 

 

2.  Tempi di riforma

 

 

Per l’Università, la più grande rivoluzione dei nostri tempi è senza dubbio il mutamento dei suoi destinatari primari, gli studenti, con la trasformazione in cosiddetta Università di massa.

Il numero degli studenti si è moltiplicato all’infinito, con grandi benefici per la società, ma con problemi impellenti da risolvere. Si è passati da poche centinaia di migliaia a milioni di studenti.

Così, l’esigenza della riforma si è imposta nelle cose. L’Università di massa ha dato una spinta formidabile al nuovo e allo svecchiamento di mentalità incrostate e ormai fuori della storia.

Si pensi alla rivoluzione femminile dell’Università. Via via, l’Università di massa si è trasformata in una occasione di grande promozione sociale per la donna.. Si è mai veramente pensato a quanto di positivo porterà tutto questo in poco tempo? La creatività, la fantasia e l’energia della donna daranno una spinta propulsiva alla nuova Università.

Il modello humboldiano sembra non reggere più. Ma è vero? Potrà mai l’Università non fondarsi sul desiderio del nuovo e sul rapporto tra docente e allievo? Potranno mai essere separate ricerca e insegnamento? Mai! Verrebbe meno il concetto stesso di Università.

Ma la “massificazione” dell’Università non può condurre al suo snaturamento, pena il futuro stesso della nostra società.

L’Università ha saputo adattarsi alla nuova domanda. Ed ecco la grande rivoluzione del Processo di Bologna, che mira all’ “armonizzazione delle architetture dei sistemi di istruzione superiore in Europa”.

Tra autonomia e impegno responsabile, l’Università è chiamata a rispondere alle impellenti sfide che sono davanti a noi. Come sempre, essa si rimette in discussione, guarda avanti, tenta di operare una riforma onnicomprensiva, che integri su vasta scala l’Europa intera.

L’Università sta vivendo la più grande rivoluzione della sua lunga storia, che attraversa quasi tutto il secondo millennio, e che si presenta come una delle grandi questioni del terzo.

Come tutte le rivoluzioni, anche questa comporta problemi. Il sistema si dimostra troppo rigido, e talvolta risponde in maniera parcellizzata e personalistica. Inoltre, sovente, non tiene conto delle specificità locali, delle esigenze regionali, delle identità etniche.

Esso va dunque rivisto, pesato, analizzato, riadattato, secondo un asse di maggiore sperimentalismo, e di maggior libertà per ogni comunità e per ogni Università.

 

L’Università di Bari ha veramente tenuto conto di tutto questo nell’attuazione della riforma? Pur avendo fatto passi significativi, la situazione risulta precaria. E’ dunque necessario un forte intervento, condiviso e democraticamente calibrato.

 

 

3.   Università-azienda?

 

 

La crescita non poteva non condurre alla crisi del finanziamento pubblico. Ma la risposta a questa crescita è stata una grande virata verso la cosiddetta università-azienda.

Si era correttamente partiti dall’idea finalmente affermatasi che l’Università è un Bene pubblico, per poi purtroppo finire su un mero concetto di utilità, come se il fine dell’Università fosse un utile spicciolo in soldoni.

Ciò ha già causato tanti danni, e ha fatto perdere del tempo prezioso.

L’Università non è e non potrà mai essere un bene privato, con le stesse leggi del privato!

Con questa nuova concezione, c’è stata una corsa senza freni all’aumento delle tasse studentesche, senza guardare in faccia a nessuno, col rischio di causare proprio i danni che non si volevano: l’allontanamento dall’Università dei ceti meno abbienti, o comunque più deboli.

Via via lo Stato si è tirato indietro, assicurando solo l’essenziale, riducendo anno dopo anno il proprio finanziamento.

Si è discusso e si discute di autonomia, di nuove forme di controllo della spesa pubblica, di cofinanziamento, ma troppo poco di qualità del servizio pubblico prestato e da prestare.

Com’è possibile fare discorsi di mera economia, se siamo ben al disotto del minimo sostentamento per i finanziamenti da parte dello Stato?

L’Università non è una “merchant house”, del dare e dell’avere. La funzione di Bene pubblico resta il punto invalicabile di qualsiasi intervento e di qualsiasi riforma.

Perché non introdurre anche per l’Università il sistema delle agevolazioni fiscali, per ogni forma di donazione di persone fisiche, enti e aziende?

Il prisma dal quale guardare le cose non può essere quello dell’economia politica. Oggi assistiamo a una sfrenata concorrenza mediatica, per accaparrarsi studenti, come se gli studenti fossero beni in vendita.

Si parla di Università dei managers! Le parole chiave sono diventate strategia e gestione, competizione e cambiamento, governance e cultura d’impresa. Ma quando si parla di cultura d’impresa, tutta la storia dell’Università va per aria. L’etica americana ha conquistato l’Europa e il nostro Paese, che si vedono arretrati (sic) e che quindi devono rincorrere il mercato e la produzione.

E’ la fine della stabilità istituzionale dell’Università. Tutto è sfida quotidiana, urgenza. E’ una rivoluzione epistemologica. L’Università non riesce più a cercare la Verità, ma si dà alla produttività e al trasferimento immediato delle conoscenze.

L’intero sistema ha sposato la logica del “chiavi in mano”. E’ una corsa al sussidio, all’aiuto esterno, all’utilità, alla rendita, all’efficienza, e dunque a una scienza pratica, a una finta interdisciplinarietà, perché tutto è specializzazione eccessiva, senza nessuna visione dell’unità del sapere. La nuova dinamica obbliga al giorno per giorno, nel regno della cooperazione-competizione.

La logica del “capitale” sembra trionfare. Il principio di utilità è visto solo sul piano economico, e non anche e soprattutto sul piano sociale e storico.

Per uscire da questo vicolo cieco, occorre trovare, insieme, nuove forme di equilibrio, di compartecipazione, di condivisione, in cui entrambe le parti raggiungano i loro fini, l’Università con il suo bagaglio di tradizioni, e l’ “azienda” con la sua logica pragmatica, con un miglioramento generale del sistema.

 

E l’Università di Bari? Cos’è oggi? Va verso l’azienda? Ha scelto il modello aziendale?

Credo che non abbia ancora trovato l’equilibrio necessario per rispondere pienamente ai nuovi bisogni della formazione dei giovani, all’avanzamento della scienza che faccia da propulsore sul piano nazionale e internazionale, grazie a una sana e corretta gestione delle risorse. Sia dunque pure un’azienda, ma un’azienda di cultura, di sapere, di progresso, con lungimiranza.

   

4.   L’Università futura

 

 

3+2+3, 1+2+2+3: tutto è ridotto ad equazione matematica elementare, leggerezza di programma, discesa verso il basso, finzione di adattarsi ai programmi europei degli altri paesi.

 Gli studenti non capiscono cosa facciano veramente. I professori sono quasi impauriti e accettano di tutto. Una sorta di commedia continua ogni giorno: un puzzle di moduli, crediti, debiti, numeri, livelli, classi, lauree brevi e lunghe, scuole di specializzazione e corsi di perfezionamento, master di primo e secondo livello, gruppi che nascono e muoiono. Tutto è frantumato, fluido, impalpabile, evanescente.

La naturale conseguenza è sotto gli occhi di tutti: gli studenti studiano poco, e quel poco lo fanno in genere sulle fotocopie, i libri non si acquistano più, le grandi opere sono un ricordo, i classici sono merce vecchia da buttare, i professori non riescono più a fare ricerca, si creano troppo spesso corsi di laurea senza pensare alla loro effettiva utilità e spendibilità.

La facilità regna sovrana. Mentre Cina, India ed altri paesi emergenti fanno a gara per imporsi, per studiare le cose più difficili, per creare brevetti, per essere precisi, noi portiamo tutto verso il basso.

Non basta. Occorre riformare, cioè stravolgere, il sistema di reclutamento dei docenti. Invece di correggere le storture effettive, e di capire il disagio della classe docente, si interviene quasi in forma punitiva, senza coinvolgere la collettività. Eppure, alcuni obiettivi essenziali sarebbero evidenti: attenzione privilegiata nei confronti dei giovani, aumento ragionato dei finanziamenti alla ricerca, progressione delle carriere con il massimo di equilibrio e con il rispetto dell’autonomia, incremento del trattamento economico a livello europeo.

Non si può riformare ad ogni costo, per costruire l’Università del futuro, nella quale un ruolo essenziale devono avere i ricercatori. Come si può pensare il contrario? Invece li si sopprime, a partire dal 2013, mettendoli ad esaurimento, sostituendoli con i contratti. Non sarebbe stato più facile pensare a una naturale “terza fascia”, agganciata al sistema degli altri paesi europei avanzati? Perché creare una fumosa figura di “aggregato”? Perché ridurre le due idoneità, che hanno funzionato bene, a una sola, con il blocco reale della crescita nella carriera?

Dobbiamo prendere atto della bella piramide finita – del resto era ora che finisse –, ma sapere che trasformazione “democratica” non può significare minor rigore. Cambiamento necessario non può voler dire consegnare ai nostri figli un sistema di formazione superiore che non formi o che formi male.

Vogliamo una rivoluzione vera dell’Università, che sappia inventare e assecondare una società nuova, che veda al centro sempre la dignità dell’uomo.

 Il cambiamento necessario si attua solo con il consenso e con la partecipazione. E partecipazione e consenso significano responsabilità, necessità di allargare la propria mente, di non limitarsi al piccolo programma della laurea triennale, imparare a ragionare e ad argomentare, non limitarsi alla informazione di base, seguire i principali filoni della cultura universale, rendersi conto che i grandi progressi sono frutto di una vita di lavoro di scienziati, talvolta oscuri.

Occorre più concorrenza verso l’alto, maggior senso di protagonismo nel rilancio della propria città, della propria regione, del paese, con la riattivazione del processo meritocratico, sulla linea della grande tradizione culturale dell’Italia e dell’Europa.

Invece l’Università-azienda coglie soltanto le conseguenze negative della competitività, dando eccessivo peso alle forze produttive, squilibrando il sistema.

Dobbiamo riempire di contenuti espressioni che sono ancora vuote, come governance, società della conoscenza, investimento sul capitale umano. La chiave è in una flessibilità ragionata, nella multidisciplinarietà, nell’internazionalizzazione, nell’indipendenza dal potere politico, nella fiducia nelle nuove energie dei giovani.

L’Università è un settore di investimento e non di perdita! Sull’Università si gioca il futuro del nostro Paese e dell’Europa.

E come si può pensare al futuro del Paese, di fronte alla continua fuga di cervelli, all’estero o verso zone più ricche del paese, se non si adottano nuove politiche ad hoc? La ricerca di occupazione è sempre più  drammatica. Solo nel 2003-2004, 18.000 giovani laureati hanno lasciato la Puglia. Quanti ne tornano indietro? Nemmeno il 50%, ad essere ottimisti.

Occorre una inversione di tendenza urgente, alla quale può contribuire soltanto una Università che guardi al futuro e all’oggi, che si presenti all’interno di un sistema di Università, raccordato con il sistema nazionale e internazionale.

Il mercato del sapere non può ridursi ai soli conti del bilancio universitario. E’ un fatto di bilancio, sono conti, anche e soprattutto il futuro dei giovani laureati. Ben venga la concorrenza, ma che sia presente anche nell’offerta di lavoro.

Il tempo dell’Università chiusa è finito per sempre. L’Università deve tornare ad essere il centro delle attese e delle speranze, il luogo del rinascimento e della rinascita, e del senso della comunità.

E’ nell’Università che si crea il futuro. Mai e poi mai, l’Università deve abbandonare i suoi lontani ideali, quelli alcuni secoli fa, né deve lasciare da parte il messaggio humboldtiano, della ricerca e della formazione.

L’Università del futuro che è oggi deve avere questo senso del fascino del nuovo, di una riforma aperta e dinamica, di un dialogo continuo con i suoi partner. L’emergenza delle nuove attese viaggia tra nuovi bisogni di formazione e società della conoscenza, tra formazione tecnico-scientifica e sviluppo dell’economia.

Occorrerà naturalmente far sì che l’Università del futuro non crei nuove disuguaglianze, nuove questioni studentesche, nuove preoccupazioni, nuove dispersioni, forti effetti localistici collegati all’autonomia.

Non è l’Università americana quella che noi vogliamo, incentrata sul mercato dei beni e dei valori. Dobbiamo continuare ad interrogarci sul ruolo dell’Università, sulle soluzioni più adatte oggi e domani, ma senza cadere nella morte del guadagno ad ogni costo, che è morte della civiltà e della stessa Università. L’Università del futuro dovrà essere “utile”, naturalmente, uscire dalla torre d’avorio, ma con l’occhio sempre puntato sulla propria storia, su una “utilità disinteressata, gratuita” (Jean-François Bachelet).

Occorrerà trovare il modo di conciliare Humboldt con i principi del profitto, guardare ai valori tradizionali e a quelli dell’immediato, in una parola conciliare l’Università della tradizione con quella che si sta imponendo.

 

 Sulla linea di tali principi io vedo, ancora una volta, il futuro dell’Università di Bari, se non la sua stessa sopravvivenza.

 

 

5.   L’Università tra Europa e globalizzazione

 

La dichiarazione di Bologna ci ricorda che “l’Europa non è solamente quella dell’Euro o delle banche e dell’economia: deve essere anche un’Europa della conoscenza”.

La progressiva armonizzazione del sistema favorirà “il potenziamento delle esperienze già esistenti, i corsi congiunti, le iniziative pilota e il dialogo con tutti gli interessati”, con il consolidamento della democrazia e della pace.

In tutto questo, le riforme che riguardano l’Università devono essere conseguenti, connesse ai bisogni e alle esigenze della società civile.

Il processo di Bologna va assecondato, non imposto, con un impegno costante. E’ stata fissata una data precisa per il completamento dello Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore: l’anno 2010. Può l’Europa farsi trovare non pronta a tale data?

L’integrazione europea richiede una forte integrazione tra le Università, con una grande partecipazione studentesca, la nostra ricchezza e la nostra certezza. Potrebbe esistere una Università senza gli studenti, senza il loro apporto creativo di entusiasmo e di impegno? Sono loro a saper vedere prima di altri i contenuti, gli orientamenti e gli elementi europei della formazione e dell’istruzione.

Si aprono nuovi scenari, per l’Università europea. Sono sicuro che l’Europa saprà rispondere a questa sfida, e che tra pochi anni le Università italiane ed europee costituiranno un solo spazio. Forse allora ogni barriera sarà caduta, e la nostra comune appartenenza europea darà grande opportunità di sviluppo ai nostri studenti e ai nostri figli, nel quadro di una vera Università Europea.

L’Università europea non può chiudersi nel suo spazio naturale. Essa deve affrontare con forza le grandi questioni della globalizzazione, aprendosi ad altre aree del mondo, dalle più forti, come gli Stati Uniti, per confrontarsi e per apprendere, alle più deboli, come quelle dell’Africa, per dare il proprio contributo per uno sviluppo ordinato e per l’ingresso di nuove Istituzioni scientifiche nel novero delle Università qualificate.

Università di massa non significa isolamento. Al contrario significa apertura, confronto, dialogo con il mondo intero. L’Università potrà fungere da ponte ideale tra sistema nazionale, sistema europeo e ordine mondiale.

Anche per l’Università, la globalizzazione sostenibile deve essere l’obiettivo di questo inizio del terzo millennio. Più che una minaccia, la globalizzazione può e deve essere l’ideale di un nuovo modo partecipativo e la linea vincente di nuove opportunità per tutti.

 

Nuovi scenari si aprono allora per l’Università di Bari, tra Europa e globalizzazione, nello spazio euro-mediterraneo e nel dialogo con le altre aree del mondo. Dobbiamo essere pronti e decisi a sfruttarli al massimo, insieme, come Comunità solidale che sa correggere gli errori del passato e farne tesoro per andare avanti.

 

 

6.  Una nuova internazionalizzazione

 

 

Sull’internazionalizzazione si gioca il futuro dell’Università e del “sistema Paese”, e in larga parte dell’Europa.

La mobilità transnazionale di studenti, docenti e personale tecnico-amministrativo, la costituzione di efficaci reti di ricerca, la dimensione europea ed extraeuropea, i corsi comuni tra Atenei, le ricerche strategiche, i meccanismi di partnership, la formazione internazionale finalizzata al mondo del lavoro, la sperimentazione delle tecnologie e dell’ insegnamento a distanza, sono punti irrinunciabili per una Università al passo con i tempi.

 Occorre essere in linea con le normative e i piani del costituendo Spazio Europeo della Formazione Superiore e della Ricerca. La cooperazione internazionale si conferma sempre più come lo strumento cardine per lo sviluppo e il consolidamento della democrazia e della pace tra i popoli. Il processo di unione dell’Europa, le prospettive di ulteriori allargamenti, l’ipotesi dello Spazio Euro-Mediterraneo, l’apertura sempre più concreta verso l’Asia, la necessità di collaborazione con altre aree geografiche del mondo, in particolare con quelle di antica emigrazione degli Italiani, fanno sì che sia urgente rafforzare la cooperazione internazionale universitaria, nelle sue dimensioni intellettuale, culturale, sociale, scientifica e tecnologica.

Dobbiamo seguire un metodo che punti alla salvaguardia dell’autonomia dei singoli Atenei, nel rispetto della politica nazionale in tema di istruzione e cooperazione internazionale, ma con una rinnovata forte azione di internazionalizzazione, carta vincente del futuro, anche per la particolare collocazione del nostro Paese.

Con profonda coerenza, va lasciata grande libertà alle singole Università di definire la propria vocazione, attraverso l’elaborazione di un Piano Globale d’Internazionalizzazione, nell’ambito del quale vanno definite opzioni strategiche e priorità d’intervento, secondo un progetto con scadenze a breve, medio e lungo termine.

L’Università ha colto con oculata determinazione che senza l’internazionalizzazione del proprio sistema di istruzione superiore, il nostro Paese potrebbe subire gravi perdite in termini economici e intellettuali in questo inizio e nel corso del XXI secolo.

Il processo di internazionalizzazione dell’istruzione superiore ha registrato negli ultimi anni un notevole balzo in avanti, soprattutto per la definizione di programmi comuni di formazione e di mobilità degli studenti, i quali hanno favorito lo sviluppo della dimensione europea dell’istruzione, secondo il dettato del trattato di Maastricht.

La premessa, i principi e la modalità della Magna Carta delle Università Europee firmata a Bologna nel 1998, sono i pilastri della nuova internazionalizzazione dell’Università.

Essi prevedono l’abolizione di qualsiasi tipo di frontiera, ribadiscono il ruolo della cultura, fissano i compiti della nuova Università e i rapporti tra ricerca e didattica, confermano il senso della libertà d’insegnamento, rifiutano ogni forma di intolleranza, affermano “la necessità inderogabile della conoscenza reciproca dell’interazione delle culture”, vedono l’Università come “depositaria dell’umanesimo europeo”, con “l’impegno costante di raggiungere il sapere universale”, ignorando “ogni frontiera geografica o politica”.

L’Università si va rivelando sempre più come un crocevia di mondi, oltre le nazioni, con al centro l’uomo, nel “concetto autentico e profondo della libertà nell’ambito più vasto della comunità internazionale” (Piero Tosi).

Occorre incentivare progetti che puntano ad attribuire una dimensione internazionale alla formazione, ai corsi, ai master, ai dottorati di ricerca, alle scuole, alle attività di ogni giorno,  con azioni di cotutela  nei vari campi di azione formativa.

Sarà dunque opportuno che ogni Università attivi una regia sempre più incisiva sulla somma di tutti i programmi della Commissione Europea, attraverso un attento e nuovo sistema di informazione.

La sfida non è da poco. Ci si deve augurare che l’Europa della Conoscenza e della Mobilità divenga sempre più una realtà. Il nostro sistema di istruzione e formazione universitaria presenta anomalie e ritardi non indifferenti, ma anche tante grandi opportunità.

Alcune iniziative mi sembrano cruciali:

- riconoscimento del diritto di soggiorno per un anno;

- libero attraversamento dei confini esteso a tutte le nazioni che aderisono al processo di Bologna;

- riconoscimento automatico delle tutele assicurative e sanitarie;

- diffusione dei siti web di Ateneo in più lingue;

- formazione di specialisti in mobilità e accoglienza;

- erogazione di prestiti d’onore finalizzati alla mobilità europea;

- potenziamento e sostegno alla residenzialità;

 - incremento delle incentivazioni e dei programmi di mobilità rivolti al mondo del lavoro.

Mai come in questo momento, il futuro dell’Università si gioca in larga misura sulla buona applicazione dei programmi di mobilità, in un quadro di rinnovata nuova internazionalizzazione, che sta trasformando l’Europa in un viavai di ricercatori, di personale tecnico-amministrativo, e soprattutto di studenti, di giovani che attingono esperienze negli altri paesi, che apprendono sul campo il senso del dialogo e della tolleranza, che creano una rete di comunicazione che sarà la base dell’Europa di domani, sul piano culturale, economico e sociale.

 

L’Università di Bari ha fatto passi da gigante in tema di internazionalizzazione, dotandosi negli ultimi anni, tra le prime,  di un Piano di Internazionalizzazione di Ateneo, fondando il CIRCEOS, il Centro Interuniversitario di Ricerca e Cooperazione con l’Europa Orientale e Sud-Orientale, dando ampio spazio alla mobilità. Ma è ancora troppo poco. Molto resta da fare. Il futuro della nostra Università si gioca in larga parte sull’internazionalizzazione.

 

 

7.  Quale formazione?

 

 

I grandi cambiamenti del nostro tempo ci chiedono grandi cambiamenti nei programmi di istruzione dei nostri giovani.

 L’alta formazione è un Bene pubblico di ogni paese dell’Europa. Non si tratta quindi di fare accomodamenti, ma di avere sempre ben presente il fine di costruire un’Area Europea di Alta Formazione, in cui ogni paese abbia il suo specifico ruolo, in un meraviglioso e produttivo dialogo con gli altri paesi.

Si cominci sempre con un riconoscimento dell’esistente, sul piano accademico e professionale, in maniera larga e giusta, anche interpellando organizzazioni e reti di lavoro. Non è detto che i titoli debbano essere del tutto uguali. E’ anzi il contrario. Lo schema generale deve essere lo stesso, ma l’articolazione dei profili deve essere diversa, da paese a paese, da regione a regione, da Università a Università: l’Europa può reggere la sfida della globalizzazione solo facendo tesoro della grande varietà delle sue culture, delle sue tradizioni, dei suoi bisogni.

Ed occorre flessibilità nel sistema di crediti, che non devono essere una gabbia, ma uno strumento di dialogo e di integrazione. Trasferibilità non vuol dire omologazione. L’accesso al mercato del lavoro sarà favorito dalla ricchezza della diversità, pur in un quadro di base comune similare.

Ma tutto questo non dovrà mai mettere da parte la qualità della formazione. Il confronto tra le aree europee può avvenire solo su standard alti e comuni, con una mutua fiducia, e con l’accettazione di sistemi nazionali e internazionali di verifica. I paesi più avanzati nell’applicazione della carta di Bologna devono dotarsi di una rete di riferimento comune, che risulterebbe molto utile per paesi ancora all’inizio del processo di armonizzazione dell’Alta Formazione Europea.

Occorre che ogni Università aumenti lo sviluppo di moduli, corsi e curricula per tutti i livelli che abbiano contenuti, orientamenti e organizzazioni europee, favorendo ogni tipo di moduli, corsi e titoli congiunti, per un facile riconoscimento reciproco dei titoli.

Con strumenti operativi sempre più aderenti alle necessità dello Spazio Europeo della Formazione Superiore, la cooperazione internazionale delle Università si apre concretamente all’insegnamento, e pervade anche le strutture didattiche. L’opportunità di connotare i corsi di studio in chiave internazionale consente di delineare curricula aperti, integrati e mirati ad obiettivi professionalizzanti, in modo da poter offrire una formazione corrispondente ad una crescente domanda di professionalità da parte del mercato del lavoro.

Si sta costruendo una Università per l’Europa. I risultati sono già incoraggianti, pur se si pongono nuovi interrogativi, nel punto di equilibrio tra didattica e ricerca e nell’eccessiva professionalizzazione.

Nel villaggio globale del mondo, l’Europa delle Università può essere un piccolo villaggio, con le sue specificità, con le sue identità, con i suoi progetti, con la sua multiformità polietnica, che è l’essenza dello stare insieme.

La fase di internazionalizzazione della sola ricerca è giunta al suo compimento. Dobbiamo internazionalizzare la didattica, con curricula aperti, integrati e mirati, in maniera da offrire una formazione rispondente alla domanda di professionalità del mercato globale, europeo ed extraeuropeo.

I nostri accordi bilaterali e multilaterali devono ora andare oltre: accanto a tutte le collaborazioni previste dalle convenzioni, occorre inserire come dato costante i corsi comuni, secondo un indirizzo d’impatto concreto, pensando naturalmente anche al mondo del lavoro, con una progettualità significativa.

Le Università europee tornano così a quel senso della “Città”, della realtà che le circonda, da cui sono nate. Esse non sono più soltanto luoghi di trasmissione del sapere, ma anche di colloquio e collaborazione, di dialogo su questioni concrete, di senso dell’economia, di gestione dell’oggi proiettato sul domani, di collegamento con la società civile.

Accanto alla mobilità, i corsi comuni rimuovono gli ostacoli all’allargarsi di un vero mercato europeo del lavoro, e rispondono alla necessità di un’offerta variegata, che riduca se non blocchi la fuga di cervelli verso lidi forse più prestigiosi,  ma certo più lesivi della dignità umana.

Ne consegue che le Università, l’Unione Europea, gli Stati, non possono ridurre i finanziamenti in questo settore. E’ proprio qui che si gioca il futuro dell’Europa.

Saranno evidenti alcune linee portanti:

-        individuare settori ampi e precisi nelle diverse aree scientifiche, da comunicare alle Università con le quali si intende lavorare insieme;

-        creare flussi reali di adeguate risorse finanziarie, anche al di là di quelli tradizionali;

-        individuare in ogni paese di riferimento strutture scientifiche di riconosciuta tradizione e validità, in un equilibrio tra Università di grandi tradizioni, di grandi paesi industrializzati, e Università di paesi che hanno ancora bisogno di aiuto per crescere;

-        favorire lo svolgimento di esperienze in un contesto doppio, di ricerca fondamentale e di ricerca applicata, con esperienze lavorative concrete, per consentire una rapida immissione nel mondo del lavoro;

-        attivare sistemi di valutazione semplici e chiari, circa gli obiettivi formativi, gli sbocchi professionali e la formazione.

L’Università del futuro è nelle nostre mani.

Per raggiungere tali obiettivi, sarà indispensabile:

-        rafforzare gli Uffici delle Relazioni internazionali in ogni Univesità;

-        lavorare sempre per approcci interdisciplinari;

-        coinvolgere al massimo gli studenti, i docenti e il personale tecnico amministrativo;

-        creare uno sportello internazionale per la formazione e la ricerca;

-        favorire la conoscenza della propria cultura e della propria lingua nazionale nelle Università con le quali si collabora – per la lingua e la cultura italiana si aprono prospettive affascinanti e inedite –;

-        individuare una nuova forma di collaborazione con le Regioni, anche nell’ambito delle nuove competenze loro assegnate in materia di cooperazione internazionale;

-        realizzare forme di partenariato anche con le comunità civili locali;

-        promuovere valori sociali ed etici comuni;

-        coinvolgere il mondo diplomatico dei paesi interessati;

-        potenziare e sostenere la residenzialità.

Gli studenti, i docenti e il personale tecnico-amministrativo dovranno sentirsi a pieno titolo cittadini d’Europa, ma anche del mondo, favorendo così il consolidamento della democrazia e della pace.

Lo Spazio Europeo della Formazione non è un dato astratto.

Sono convinto che l’Università sia pronta a rispondere ai bisogni della società in ogni suo settore, ed anche in grado di anticiparli, in una logica di insieme e di effettivo dialogo tra le discipline.

 

Ancora una volta, l’Università di Bari, pur tenendo conto dei grandi progressi degli ultimi tempi, è in ritardo sul modello di una nuova Università europea. Occorre raccordare i modelli formativi al sistema europeo della Formazione e della Ricerca, per essere al passo con i tempi.

Il compito di cementare tutto questo spetta alla cultura, alla visione di una Università di Bari come centro e fucina di cultura, in un clima di nuova solidarietà.

 

 

8.  Un sistema di autonomie

 

 

Da circa quindici anni, l’Università ha la sua autonomia, gestionale, didattica, organizzativa. Ma dopo la fase di erosione delle regole del centralismo amministrativo, durata troppo a lungo, è tempo di passare definitivamente a un autogoverno responsabile. Sistema di autonomia non significa “libertà incondizionata o cancellazione del senso di appartenenza alla dimensione sociale, politica e istituzionale del Paese, ma chiarezza delle regole e responsabilità delle proprie determinazioni” (Piero Tosi).

Deve finire il tempo dei decisionismi dall’alto. L’autonomia è garantita dalla Costituzione, e quindi non rispettarla significa agire contro la Costituzione.

Negli ultimi anni sembra invece invalsa l’assurda certezza che lo sviluppo dell’Università debba farsi a costo zero! Con l’attuazione del processo di Bologna, sono aumentate le ore di insegnamento, si sono moltiplicati i corsi, si sono complicati i compiti, ma la partecipazione dello Stato alla spesa della formazione, per ogni Università, è rimasta stabile o è diminuita, in Italia e in Europa, un po’ dappertutto.

Eppure l’Università ha fatto la sua parte. I finanziamenti privati sono aumentati enormemente e gli studenti hanno pagato e pagano con un aumento vertiginoso delle tasse, cui raramente corrispondono nuovi servizi o servizi migliorativi.

L’Università non si tira indietro di fronte all’esigenza di essere in linea con i conti pubblici fissati dall’Unione Europea e dalla nascita dell’Euro, ma questo non può comportare un suo depauperamento continuo, né tanto meno una riduzione della sua missione formativa e di ricerca.

Autonomia finanziaria e autonomia didattica marciano insieme. Come è possibile essere autonomi con il condizionamento della disponibilità e dei tempi di effettivo stanziamento delle risorse pubbliche, che giungono sempre con enorme ritardo?

Autonomia e libertà vanno a braccetto, unitamente alla democrazia e alla partecipazione. L’autonomia si fonda sulla partecipazione corale di tutti i soggetti. Si tratta piuttosto di trovare forme di equilibrio tra efficienza e democrazia.

I ritardi in tema di sistema delle autonomie vanno colmati al più presto. I tempi dello sviluppo richiedono decisioni rapide e concrete. Responsabilità, efficienza e trasparenza devono essere la triade portante del sistema. I Ministeri, di qualsiasi paese europeo, devono limitarsi a funzioni di programmazione, indirizzo e verifica, progettualità complessiva del sistema e valutazione dei risultati. Mentre, per l’Italia, ai sensi dell’art. 33 della Costituzione, deve essere garantita sia l’autonomia dell’Università in quanto istituzione, sia l’autonomia di ogni Università in quanto sede.

E sottolineo ciò che non bisogna assolutamente fare. Prima di tutto, non bisogna operare secondo logiche di competizione al ribasso. Poi occorre dotarsi di efficienti strumenti di controllo, non giocare a chi si accaparra più studenti offrendo cattiva qualità e facilonerie, introdurre un sistema serio di valutazione della ricerca, premiando la qualità, puntare sempre al meglio nel reclutamento della docenza, non rincorrere a tutti i costi la concorrenza, non puntare per nessuna ragione all’annullamento del valore legale del titolo di studio, non dar credito ad occhi chiusi alle classifiche della stampa, non rincorrere infine i principi del neoliberismo in maniera selvaggia.

Il rimedio sarebbe peggiore del male: andremmo verso una privatizzazione camuffata, nuove disuguaglianze, una deregulation molto pericolosa per il futuro stesso dell’Università.

 

L’Università di Bari ha attuato tutte le norme sull’autonomia, rispondendo con responsabilità alle leggi che via via sono state approvate, ma è ben lontana dall’aver raggiunto un’autonomia responsabile e produttiva. Lacci e laccioli ne frenano ancora la libera iniziativa.

 

 

9.     Università e innovazione

 

 

Dire Università non può non significare innovazione. Nessun paese al mondo potrà essere tra i primi nella competizione economica, senza una Università aperta alle nuove tecnologie, e che nello stesso tempo le crei, le sviluppi e le favorisca.

Ricerca e insegnamento devono andare a braccetto sul piano dell’innovazione. E se ci sono settori dell’Università che per natura sono innovativi, non è meno vero che l’innovazione deve riguardare tutti i settori, e naturalmente anche le scienze umane.

E’ tempo che l’Europa, e le sue Università, concentrino i propri sforzi sull’innovazione, sempre conservando il raccordo profondo con il loro passato, con la loro storia, con la loro cultura.

Dobbiamo insistere sulla sfida della crescita, sull’innovazione come leva primaria della competitività, sull’economia dell’innovazione come nostra comune frontiera, con tre componenti essenziali: la conoscenza, attraverso la formazione, la ricerca, e la diffusione dell’innovazione tecnologica.

Conoscenza, ricerca e diffusione dell’innovazione sono un trinomio inscindibile. La nuova Università si organizza per progetti, connessi alle nuove tecnologie, moltiplicando l’interfaccia con gruppi, imprese, individui e enti pubblici e privati.

L’Università è per natura il luogo della modernità, della connessione, della rete, della modernizzazione dei servizi, dei campi virtuali e reali

Ed anche la formazione permanente trova nell’innovazione un alleato potentissimo: solo una politica dell’innovazione continua può far fronte all’obsolescenza della scienza.

Le reti tecnologiche di eccellenza diventano i segni della nuova ricchezza. Le frontiere si abbattono, e l’Oriente e l’Occidente si uniscono, malgrado le tragedie cui stiamo assistendo.

E’ la sfida alla quale l’Università può dare un immenso contributo, nella creazione di un equilibrio tra unità e diversità, vedendo nella memoria del passato una visione comune per il futuro.

 

Si può con coscienza dire che l’Università di Bari ha veramente sposato la politica dell’innovazione? Credo di no. Riconosco i progressi fatti, ma constato che siamo lontanissimi dagli standard dell’Europa e delle Università dei paesi più avanzati. Occorre dunque un vero e proprio piano di innovazione per l’Università di Bari.

 

10.  La ricerca

 

 

 “L’Università è il luogo dove… si affina l’esercizio della ricerca come veicolo e strumento della libertà” (Rinaldo Bertolino).

Ridiamo dunque fiducia all’Università come luogo eletto della ricerca. L’operatore universitario della ricerca deve tornare ad essere scienziato, e quindi l’Università, accanto alle altre funzioni, deve prima di tutto essere luogo di scienza, cenacolo culturale e scientifico, fucina di idee.

L’Università è sede elettiva della ricerca, pur se, naturalmente, un certo tipo di ricerca si svolge anche in altri contesti, ma con una differenza fondamentale: altrove la ricerca è sempre svolta a fini immediati e pratici. Soltanto l’Università è il luogo magico in cui si inventa per un futuro che non si conosce, e per l’immediato nello stesso tempo, con  l’interazione fra ricerca e insegnamento. E sono soprattutto i giovani che creano, e dunque largo ai giovani nell’Università, senza dei quali essa è destinata a morire di asfissia. L’Università è il luogo per eccellenza di produzione della scienza.

Occorre lavorare per il superamento definitivo della barriera tra scienze esatte e scienze umane, introdotta dallo scientismo ottocentesco – si pensi a Leonardo da Vinci, a Michelangelo, a Pascal: sono umanisti o sono scienziati, secondo tale divisione?

L’Università è la chiave per la crescita di un Paese. Le economie prospere si basano sulla capacità di innovare, e si innova solo con la ricerca continua, in un legame profondo tra qualità dell’insegnamento e qualità della ricerca scientifica e tecnologica.

Si ha un bel dire che l’Università è troppo una “Officina del Sapere”, e che resta lontana dalla Società. E’ esattamente il contrario: l’Università è vicina alla società di oggi e di domani, proprio perché è una “Officina del Sapere”.

Oggi i tempi di sfruttamento della ricerca pura si sono ridotti enormemente, grazie al sistema delle comunicazioni in tempo reale, e quindi si va diluendo la differenza tra ricerca pura e ricerca applicata.

Occorre una grande politica per il rilancio della ricerca nell’Università, incentrata sulla qualità, sull’innovazione, sull’internazionalizzazione, sulla capacità di produrre brevetti. Lo Spazio Europeo della Ricerca è una delle più grandi sfide per l’Europa.

Sfumandosi sempre più i confini tra ricerca di base e ricerca applicata, si afferma il principio della multidisciplinarietà anche nella ricerca, quasi con un ritorno all’antico, quando si percepiva meglio l’unità del sapere, nella visione unitaria dell’uomo.

La ricerca della nuova Università viaggia tra nuove conoscenze e prodotti, processi e servizi, fino a ridare un’aura di libertà proprio attraverso il senso di innovazione.

La politica di incentivazione della ricerca dei prossimi anni dovrà prevedere azioni di forte sostegno ai programmi strategici di varia misura, in grado di inserire la  ricerca dell’Università in un armonico intreccio con alcune grandi strategie tecnologiche, sulle quali l’Europa punta per non uscire da importanti scenari internazionali fondamentali per lo sviluppo economico, e con alcune priorità di ricerca da perseguire, per il loro impatto diretto sulla crescita economica e sociale e sullo sviluppo sostenibile.

Il principio della concentrazione su macroobiettivi non può e non deve escludere una bilanciata attenzione, in termini di disponibilità di risorse, a favore di azioni di ricerca meno vincolate ad obiettivi di medio o lungo periodo.

Si tratta di individuare migliori formule di collaborazione tra Università e mondo produttivo, in una sinergia equilibrata, mirata allo sviluppo della conoscenza e del sociale. Competizione e regole devono avere come modello la crescita generale, della persona e del paese.

Senza un rinnovamento tecnologico ben fondato, il futuro dell’Italia e dell’Europa è destinato ad una progressiva decadenza rispetto ai grandi stati che governano il mondo o che sono punti di riferimento, dagli Stati Uniti, al Giappone, ai Paesi Scandinavi, alla Cina.

L’Università deve inserirsi sempre più in un quadro internazionale di “joint laboratories”, in cui sviluppare progetti comuni. Gli studi avanzati possono così trovare il “luogo” giusto per essere al passo con i tempi, nel mondo della globalizzazione e dell’economia digitale, dell’informazione e della comunicazione.

I Centri di eccellenza, in cui gestire master, dottorati, programmi di formazione manageriale, scuole estive, progetti di ricerca di base e applicata sembrano essere la carta vincente del futuro.

L’Università non potrà che progredire su questa linea, in un armonico sistema tra formazione di base e sviluppo della scienza e della cultura. E quindi la cooperazione internazionale deve svilupparsi in settori d’interesse prioritario per i partner, nell’ambito di una rete di Centri di eccellenza, attivi in un contesto aperto all’imprenditoria, con una mobilità bilaterale e plurima, sempre finalizzata alla costruzione dello Spazio Europeo e Euro-Mediterraneo di Istruzione Superiore e della Ricerca.

La nuova Università svilupperà e continuerà la politica delle Tecnopoli e dei Parchi tecnologici, luoghi ideali di concertazione della ricerca, di invenzione, creatività e innovazione, correggendo gli errori commessi sino ad ora, per esempio quelli della megalomania, dei costi eccessivi e della distanza dal sistema produttivo.

La vera ricerca, quella più produttiva, si fonda su quattro punti essenziali: creatività; capitale umano; competitività; investimenti adeguati. Ciò significa che la ricerca universitaria è un continuo confronto. La ricerca non avanza dove non c’è concorrenza creativa.

Il problema degli investimenti è vecchio quanto il mondo. Ma occorre fare qualcosa, inventare qualcosa, per ridare sangue alla ricerca universitaria. L’Italia investe in ricerca poco più dello 0,7 % del suo prodotto interno lordo, e si sta dando da fare per portarlo all’1%. Ma è sempre troppo poco, pochissimo, se si vuole essere competitivi, per un paese come il nostro, privo di materie prime e ricco di tanti cervelli.

Eppure, l’Università regge, come per miracolo. L’Italia non è inferiore a nessuno per ricerca avanzata. I ricercatori italiani sono famosi nel mondo. Ma non bastano i PRIN, né taluni grandi progetti nei settori più avanzati, per risolvere il problema.

Le mie proposte sono molto semplici, per fare un passo in avanti:

- versare l’8 per mille anche in favore della ricerca e non solo della religione;

- operare agevolazioni fiscali per le donazioni finalizzate alla ricerca;

- incentivare i contributi di aziende e privati con una defiscalizzazione totale;

- affidare la valutazione dei progetti ad esperti esterni internazionali;

- attrarre anche ricercatori stranieri, con politiche adeguate;

- creare un’Agenzia nazionale di controllo dei finanziamenti alla ricerca.

La ricerca è palestra di democrazia, se è realizzata da personale adatto, scelto secondo metodi giusti e democratici, tra i migliori sul mercato, soprattutto tra i giovani, verso i quali purtroppo non vedo nessuna politica di attrazione, visti i miserabili stipendi di accesso, infine tra quanti hanno entusiasmo di fare e di saper fare.

Occorre che la nuova Università dia un diverso senso di responsabilità personale al ricercatore, allo studente e al tecnico, in una vera e propria politica dei doveri e dei diritti, in cui insegnamento, ricerca e partecipazione alla vita e alla gestione siano un tutt’uno.

La formazione del capitale umano ricercatore è dunque uno dei punti cardine dell’Università.

Tutto questo, ancora una volta, richiede una grande politica di consenso, nel cui dibattito tutti devono avere cittadinanza.

 

E l’Università di Bari? Molti di questi principi sono scarsamente applicati. La sua voce è flebile. Eppure ci sono settori di eccellenza famosi nel mondo. Occorre cambiare rotta, per riposizionarsi in maniera adeguata nel pianeta internazionale della ricerca.

 

 

11.  Università e impresa

 

Il modello humboldiano è ancora valido, ma esso va naturalmente adattato ai nuovi tempi, in una concezione rinnovata dell’Università. Si tratta di trovare un giusto equilibrio tra la purezza della scienza e la tecnica che avanza, senza nessuna nostalgia del tempo che fu.

La nuova formazione universitaria deve essere pilotata, orientata piuttosto, sui nuovi valori della modernità, ma senza conflitti.

 L’Università deve rimanere libera, con una visione del tutto nuova, rivolta al mondo dell’economia, dell’impresa, dell’industria.

Se da un lato l’Università deve incidere di più per l’innovazione, dall’altra il sistema industriale deve interagire con maggior fiducia e efficacia. Vanno sostenuti gli spin-off, detassati i contributi privati per la ricerca, fissate nuove norme per i brevetti.

Una maggiore integrazione tra Università e impresa è oltremodo urgente. Sottolineo l’interazione tra ricerca di base e industria: proprio la ricerca di base dell’Università può creare innovazione e far emergere nella competitività. Il rapporto tra cultura e produzione è centrale per lo sviluppo, fondante per la nostra stessa civiltà.

Si tratta allora di creare un modello di vera e propria compartecipazione con la vita economica, in una convergenza di interessi. Occorrono apertura e parità, in un sistema flessibile, che possa correggere il tiro in ogni momento. Questo comporta per l’Università una nuova visione della propria missione, dei propri corsi, dell’insegnamento stesso.

Occorre che l’Università apra sempre una finestra sul mondo che avanza, che i suoi giovani siano i cavalieri di questo sguardo, e che si abbia l’umiltà di migliorare ogni giorno, da parte dell’industria e dell’Università, con progetti comuni, e obiettivi chiari.

Impresa e Università devono aprirsi, collaborare, avere il senso del passato e del futuro. Per ambedue la conoscenza è la materia prima. Là dove Università e impresa si sono avvicinate e integrate, è cresciuto il territorio, e c’è stato un avvicinamento tra investimenti pubblici e investimenti privati.

In Italia e in Europa ci sono segnali positivi, ma siamo ancora lontani da una interazione forte. Non si tratta di rinnegare la propria vocazione culturale, da parte dell’Università, ma di sposare l’essenziale delle dinamiche d’impresa, di lavorare in partnership, di creare profitto, di migliorare i servizi, nella sanità, nella sicurezza, nella pubblica amministrazione.

Il futuro si gioca in larga parte sulla definizione di rapporti stabili tra Università e industria. L’Università deve farsi trovare pronta alle nuove sfide dell’economia. L’industria non potrebbe affrontarle da sola, senza il contributo dell’Università.

Abbiamo bisogno di sviluppo continuo, ma chi può inventare lo sviluppo se non l’Università, con i suoi chimici, fisici, sociologi, filosofi, linguisti, agronomi, farmacisti, veterinari, giuristi, economisti, biologi, botanici, pedagogisti, letterati, medici, ingegneri, architetti, matematici, tecnici del paesaggio, biotecnologi, psicologi, scienziati della politica e delle relazioni umane? E’ un potenziale che nessun altro ente al mondo ha saputo costruire, nelle cui possibilità dobbiamo avere totale fiducia.

 Il punto irrinunciabile è questo: mai e poi mai l’Università può snaturare la sua funzione pubblica.

Nuove forme di interazione con il territorio si impongono. E’ urgente rafforzare la cooperazione tra Università e industria a livello nazionale e regionale, orientandola sull’innovazione e sul trasferimento della conoscenza.

La globalizzazione impone scelte rapide e lungimiranza, aumento degli investimenti, mobilità internazionale, incremento degli assegni di ricerca, incentivi al trasferimento tecnologico.

Di fronte alla complessità dei problemi che sono davanti a noi, per i rapporti tra Università e impresa, non sarebbe tempo di creare una Fondazione per la Ricerca in ogni Università, come organismo di riferimento, con la partecipazione dei diversi enti pubblici del territorio? Essa rappresenterebbe il soggetto con cui l’Università attuerebbe il collegamento con la sua area di riferimento, la quale contribuirebbe sul piano economico in maniera mirata e trasparente.

Così l’Università, in futuro, senza mai abbandonare di un solo centimetro la sua antica funzione, si legherà sempre più al mercato del lavoro, per rendere meno difficile la transizione dalle sue mura all’attività lavorativa, sapendo che il mercato cambia ogni giorno.

Sono note le perplessità, come sono davanti a noi i pericoli, di una eccessiva professionalizzazione della formazione universitaria. Ma, ancora una volta, si tratta di agire con equilibrio e responsabilità.

L’Università del futuro va verso la vita. L’intellettuale si inserisce nel mondo del lavoro e dell’impresa, quasi tornando alle origini, al Medio Evo, all’epoca della sua nascita.

La resistenza dall’interno non deve spaventare – la tendenza alla conservazione è nella natura delle cose –, perché è in gioco il futuro della società. L’Università ha accettato la sfida, ancora una volta, nella sua lunga nobile storia. Si sta andando verso una “qualità globale” della formazione superiore. Non credo che ciò comporti appiattimenti culturali. In ogni caso, l’Università deve essere pronta a correggere il tiro in corso d’opera.

E’ uno dei processi più efficaci per valorizzare il ruolo dell’Università come risorsa strategica per il Paese e per l’Europa.

Tutto questo può costituire un problema per la libertà della ricerca e dell’insegnamento? Credo di no: l’Università non è e non può essere un’isola felice nel deserto, ma, come ha sempre fatto nella sua lunga militanza, deve rispondere ai bisogni reali della società.

Un tale nuovo contesto vede nelle Regioni degli interlocutori ideali, anche sulla base delle nuove normative europee e nazionali, che riconoscono ai soggetti regionali nuove competenze in tema di formazione, universitaria e professionale.

Il rapporto tra Università e Regione è essenziale per le politiche di sviluppo, mediante appositi accordi programmatici.

 

E l’Università di Bari? Qual è il suo rapporto con le imprese piccole e grandi, e con il mondo produttivo? Si è fatto poco, troppo poco. E non basta dire che il tessuto industriale della sua area è ridotto e poco efficiente. Occorre sfruttare al massimo, in maniera diversa accordi di programma, protocolli di intesa, contratti, convenzioni e patti con le imprese, par valorizzare il ruolo dell’Università di Bari.

 

 

12.  Qualità e valutazione

 

Lo Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore e della Ricerca non può che fondarsi sulla qualità.

Per realizzare la qualità e per vigilare che essa sia sempre al rialzo, il principio dell’autonomia istituzionale è cruciale. Ogni Università si assume una reale responsabilità, perché soltanto l’assicurazione della sua qualità la immette nel circuito virtuoso delle Università maggiormente richieste dal mercato.

Riconoscimento di qualità significa valutare l’organizzazione, i corsi, i costi, i regolamenti, i livelli di apprendimento, le offerte didattiche, la qualità dell’insegnamento e della ricerca, in un concerto generale che in ogni momento rispetti pienamente l’autonomia.

 Ci sono domande ineludibili, per la sfida della qualità. Chi controlla? Cosa si controlla? Con quali strumenti? Quale uso si fa delle informazioni?

Occorrerà che la nuova Università sia “più a misura di studente”, il quale “contribuisce fortemente al raggiungimento della qualità del servizio sia attraverso la sua attività di studio, sia attraverso la collaborazione costante alla vita universitaria e alla gestione del suo miglioramento”(Loredana Perla).

L’Università non può giocare al ribasso. La qualità deve favorire una reale competizione virtuosa.

Alla qualità non può che essere collegata la valutazione.

La qualità dell’Università è assoggettata a una valutazione continua, armonica e responsabile, dall’interno e dall’esterno. La sua organizzazione multipolare è sottoposta a un complesso sistema di peso dei valori e degli obiettivi programmati e raggiunti.

Valutazione significa strumento di miglioramento progressivo, comunicazione verso l’interno e l’esterno, garanzia per lo Stato e per gli enti finanziatori, per il territorio e per gli utenti.

Flessibilità, mutazioni innovative, cambiamenti di mentalità, cultura della qualità e del confronto, consapevolezza dei propri obiettivi, grado di corrispondenza dei risultati attesi, costituiscono l’asse portante di una partecipazione solidale, che dovrebbe portare senz’altro a una migliore distribuzione e a un migliore uso delle risorse.

Qualità, valutazione e governance sono legate profondamente. Credo che si stia andando verso un sistema condiviso e accettabile di valutazione, ben sapendo che nessun metodo è perfetto. Alcuni cardini sono chiari: valutazione interna ed esterna; partecipazione al processo di valutazione dei docenti e del personale tecnico-amministrativo; autovalutazione; contributo essenziale degli studenti in ingresso, in itinere e in uscita; valutazione della ricerca e della didattica.

Occorre coordinare un mosaico di valutatori, il Nucleo di Valutazione locale, per ogni Università, il Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario, e in un futuro prossimo il Comitato europeo per la valutazione della Ricerca, in un quadro di responsabilità che si sta affermando sempre più. 

Non si tratta di fare graduatorie, ma di migliorare il sistema, di offrire allo studente la migliore formazione possibile, di raggiungere standard di qualità, di cercare nuove modalità formative.

Valutazione e autonomia sono inscindibili. Più l’autonomia avanza e diventa responsabile, più la valutazione poggia su dati concreti, e più è possibile premiare l’eccellenza di alcune Università, e di quanti operano al meglio il trasferimento tecnologico.

Vanno quindi rafforzati gli incentivi alla valutazione di merito, per i ricercatori e per il personale tecnico-amministrativo. E’ chiaro che occorre un radicale cambiamento di mentalità, da parte di tutti i soggetti, ma ne vale la pena.

Si profilano già anche sistemi di accreditamento e di certificazione. Ma se è facile accreditare iniziative, più difficile è la certificazione della qualità, per una istituzione complessa e dinamica come l’Università. Più che di certificazione, occorre parlare di sintesi originale, di comparabilità dei risultati e di trasferibilità delle esperienze.

Credo che nel giro di pochi anni il sistema universitario italiano ed europeo potrà essere alla pari con i migliori al mondo, e favorire quella crescita sociale, economica e culturale che è l’obiettivo numero uno dell’Unione e dell’intero Vecchio Continente, trasformato in un grande Spazio Europeo della Ricerca e dell’Istruzione Superiore. Tutti siamo chiamati a dare il nostro contributo, per questi nuovi affascinanti traguardi.

Le speranze e le attese sono nettamente superiori ai rischi.

 

E l’Università di Bari? Essa ha partecipato al nuovo sistema di valutazione del CIVR, ha un suo Comitato di Valutazione, come da norma, che ha lavorato tantissimo e che fornisce dati e proposte, anche con soluzioni originali, come per i Dottorati, ma manca una vera e propria azione coordinata generale per la valutazione. Dobbiamo spogliarci di paure e personalismi, in un processo sistemico di valutazione, per migliorare le nostre posizioni.

 

 

13.  L’Università senza condizioni

 

L’Università trasmette l’umanesimo, la speranza, il valore della persona e della comunità, della giustizia e dell’amore.

Essa è un Bene comune, in cui il talento è al servizio dell’altro. Vede la formazione come la luce del mondo, in uno spirito di collaborazione.

L’Università è la palestra della generosità verso l’altro, trasmette valori non corrotti dal mercato, ricerca sempre la Verità, sviluppa le risorse umane, in una parola è il leader culturale e umano del nostro tempo e di ogni tempo.

Conseguentemente, è il luogo della libertà, e come luogo della libertà, lo è per natura della ricerca scientifica, nell’autonomia, con il costante fine di cercare il Vero.

Centro di cultura e del Sapere, l’Università ha la memoria del mondo, di cui media ogni epoca, e viaggia sempre tra libertà e identità, facendo avanzare le frontiere della conoscenza, favorendo lo sviluppo, collegandosi alla realtà che la circonda, scuole, imprese, architetture di nuovi mondi.

Il fossato tra cultura e formazione professionalizzante non è invalicabile. La nuova Università abbina la scienza, il metodo e l’applicazione nella vita, in una formazione modulare in grado di cambiare e di adattarsi agli eventi e alle leggi del mercato, cioè della vita.

Ma l’Università non abbandona mai la sua funzione di trasmissione della cultura, in una società pluralista di cui rispetta e rispecchia ogni pensiero. Essa non detta verità, ma indica come dialogare, come esercitare il proprio libero arbitrio.

Naturalmente, l’Università così vista non si sottrae all’oggi e ai problemi pratici dell’umanità, né deve al contrario tutto sottomettere all’oggi.

Così cultura e scienza sono inseparabili, vedendo al centro lo sviluppo delle facoltà umane, ma mentre l’una segnala la diversità, la seconda esprime l’universalità. 

L’Università non può avere orizzonti limitati e locali. Essa non ha frontiere, va sempre al di là delle mappe e dei confini, dove aleggia il sogno della speranza e del nuovo, e del futuro. Eliminando ogni forma di barriera, essa viaggia sulla parola e sulla ragione, nella solidarietà e nella libertà.

Chi, se non lo studente, può e deve essere al centro di questa Università? Per questo, occorrono politiche sagge, orientate allo sviluppo umano, sociale e culturale, di ogni studente.

Il cosiddetto diritto allo studio deve essere il motore di tutte le decisioni, in una visione d’insieme. Non si tratta soltanto di assistenza, dunque, ma di principi di uguaglianza, di fratellanza e di educazione alla pace e alla libera convivenza.

Dove va l’Università oggi? Cosa deve essere l’Università del futuro?

L’Università del futuro deve ascoltare, a 360 gradi, studenti, imprese, regioni, reti, partner di ogni tipo, sapersi orientare nel mare dei Saperi, inventare nuovi modelli di didattica, impiantare nuove ricerche, attuare programmi avanzati, essere la risorsa strategica del Paese, dell’Europa e del mondo, trasmettere i valori eterni della libertà, della cultura e del sapere.

Qualcuno osa chiedersi se una tale Università sia ancora possibile.

 Io sono convinto che questa Università non solo sia possibile, ma che sia già sotto i nostri occhi. Non è utopia, né mancanza di rapporto con la realtà. L’Università ha mutato radicalmente la sua organizzazione, ma ha saputo conservare lo spirito della sua essenza, il cuore della sua natura.

Essa è e sarà sempre l’Alma Mater della Verità e del Nuovo.

 L’Università apre ogni momento nuovi sentieri, sposta in avanti le frontiere del Sapere, sfida costantemente il futuro, progetta, è luogo di libertà istituzionale e individuale, conserva e crea la cultura, anticipa ed emancipa, nel dialogo ispirato dalla ragione, con alto senso di responsabilità.

 “L’Università conserva, memorizza, integra, ritualizza un’eredità culturale di saperi, idee, valori; la rigenera mentre la riesamina, la attualizza, la trasmette; genera saperi, idee, valori che rientreranno nell’eredità. Così essa è conservatrice, rigeneratrice, generatrice” (Edgar Morin).

L’Università è il luogo delle domande e delle risposte, come cittadini del mondo, i cui confini vanno sempre più lontano, nel rispetto della memoria di ognuno.

Può questa Università avere delle condizioni?

Credo di no. L’Università dell’autonomia, della libertà e della responsabilità conosce il coraggio dell’intelligenza e della rotta che è davanti a noi. Senza perdersi d’animo, essa si rinnova costantemente, nella continuità e nella fedeltà ai principi della sua storia e del suo futuro, senza condizioni, di nessun genere, se non una, quella del bene dell’umanità, come recitano i principi fondamentali della Magna Carta di Bologna.

Non possiamo dunque che avere grande fiducia nell’Università del futuro, che è già quella che stiamo vivendo, capace di interpretare lo spirito del nostro tempo e di quello che verrà. Essa ha dato un soffio nuovo, direi un’anima, a un’Europa che non è solo quella dell’Euro.

L’Università del futuro dovrà ritrovare la sua essenza di Universitas. Essa tornerà a ricercare, a conoscere, a infondere il coraggio di seguire una rotta, quella dello spirito e del cuore, perché è la rotta dell’uomo.

Perfino la rotta della nuova tecnologia sarà quella dello spirito, perché sarà tracciata da un nuovo cittadino, il cittadino del mondo, che nella nuova Università dialogherà con il territorio e con le terre più lontane.

Un nuovo esaltante destino attende l’Università di oggi e di domani. Il più grande errore sarebbe quello di viverla del tutto impreparati, senza cogliere l’immenso spazio che è davanti a noi.

 

 

 

14. Azioni essenziali necessarie per il rilancio dell’Università di Bari

 

L’Università di Bari vive uno dei momenti più difficili della sua storia. Bisogna guardare in faccia la realtà e prepararsi a scelte responsabili. Con questa consapevolezza, propongo alla Vostra riflessione le linee del programma che intendo sviluppare e le azioni che a mio parere sono da intraprendere ed attuare senza dilazioni, per guardare con fiducia al futuro, nel quadro della nuova Università che si sta delineando, in Italia, in Europa e a livello globale, pur tra mille difficoltà.

 

Governabilità

 

Ø     Recuperare e rilanciare l’Immagine complessiva dell’Ateneo barese, per ritrovare il giusto e meritato grado di considerazione e di attenzione, a livello locale, nazionale e internazionale.

Ø     Garantire il rispetto delle regole a tutti i livelli.

Ø     Favorire comportamenti condivisi fondati sulla responsabilità personale e sul senso di appartenenza a una Comunità scientifica e culturale

Ø     Modificare lo Statuto, per realizzare un governo dell’Università più adeguato alle istanze della Società civile e allo standard europeo, rendendo più funzionali gli Organi di Governo, con la partecipazione propositiva dell’intera Comunità, mediante referendum.

In particolare propongo:                                 

a.      Il mandato di Rettore di cinque anni, senza possibilità di rinnovo della carica.

b.     La partecipazione a pieno titolo, negli Organi di governo, di un rappresentante dei Direttori di Dipartimento, eletto dal Collegio dei Direttori di Dipartimento.

c.      La nomina, oltre il Pro Rettore Vicario, di Pro Rettori Delegati ad aree strategiche quali: 1. Ricerca, 2. Didattica, 3. Edilizia, 4. Sanità, 5. Poli Universitari gemmati, 6. Internazionalizzazione, 7. Diritto alla studio.

d.     L’introduzione di meccanismi di maggiore funzionalità degli Organi Accademici: ad esempio, la revisione di alcune loro attribuzioni, al fine di eliminare la moltiplicazione di delibere e ridurre la mole della gestione dell'ordinaria amministrazione.

e.      L’estensione dell’elettorato attivo, per la carica di Rettore e per le altre cariche accademiche, a tutto il personale tecnico-amministrativo.

f.   L'estensione dell'elettorato attivo, per la carica di Rettore anche ai ricercatori non confermati.

La procedura di cui ai punti e ed f si ispira a principi di maggiore partecipazione e trasparenza.

 

       Ricerca e Intrernazionalizzazione

 

Ø     Puntare su un forte programma di rilancio della Ricerca, con un Piano di Ateneo della Ricerca, con la piena partecipazione degli Organi di Governo e del Collegio dei Direttori di Dipartimento e con  un forte coinvolgimento del  Nucleo di Valutazione.

Ø     Potenziare meccanismi virtuosi di bilancio (anticipazioni e cofinanziamenti) per promuovere e favorire la partecipazione a progetti di ricerca e agevolarne l’attuazione.

Ø     Puntare con determinazione su una Internazionalizzazione al passo con i te